I’m a Guitar Hero!

Da “giovane” suonavo in un gruppo, per un periodo anche in due! La musica è sempre stata molto importante nella mia vita, ora continuo ad ascoltarla ma avevo smesso di suonare, ma ora non più! Ora suono di nuovo, scatenandomi sul palco come una belva, ho una Gibson Les Paul bianca ed una Kramer nera che alterno nei miei concerti che a volte si svolgono con la Wii, a volte con la PS2… siii! Guitar Hero! Grande gioco! Non tutte le scelte sono condivisibili ma molte sono da strapparsi i capelli, come i Boston, i Kansas, Slow Ride di Foghat… insomma, dopo 3 canzoni sono già strasudato! Dopo avere acquistato il terzo episodio per Wii, non ho potuto resistere ed ho comperato anche i primi 3 per PS2 che non sarebbero mai usciti per la piattaforma Nintendo. Non è chiaramente la stessa cosa che suonare live , ma il gioco acchiappa e la simulazione rende molto bene. Il livello medio, quello dove si usano 4 dei 5 tasti è il massimo che raggiungerò, non miro ai record ma a divertirmi suonando, seppur virtuale, un gran bello sfogo. Guardatevi il sito della community x farvi un’idea della malattia che c’è dietro questo gioco… ah , dimenticavo, le chitarre… Wireless!

Annunci

MARK OLSON – The Salvation Blues

Non è facile dimenticare i Jayhawks, straordinaria band che a cavallo tra gli ottanta e i novanta portò da Minneapolis nuova linfa nella tradizione musicale americana. Un blend di folk, country e rock che in pochi hanno saputo rendere come il gruppo capitanato da Gary Louris e Mark Olson, paladini di quel sound che negli anni a seguire si sarebbe affermato con il nome di alternative country, americana e chi più ne ha più ne metta. Nel 1995 Olson lascia la band, che perde quindi uno dei pilastri sui quali aveva costruito le solide basi della sua fortuna. Il progetto Jayhawks va avanti, anche se con fortune alterne, o meglio, a senso unico verso sponde di discreto anonimato. Olson, insieme all’allora moglie Victoria Williams, mette su un gruppo, gli Original Harmony Ridge Creek Dippers, con il quale pubblica alcuni dischi che attingono alla più pura tradizione country/folk a stelle e strisce. Dopo alcuni album a suo nome, belli ma non bellissimi, Olson dà luce a un piccolo capolavoro, The Salvation Blues, un album dipinto dai colori dell’autunno, introspettivo e profondo, senza dubbio la prova migliore della sua carriera solista. Le canzoni sono illuminate da una luce soffusa e delicata, la strumentazione è parca e decisamente adeguata al mood che fuoriesce delicatamente dalle 11 tracce che alternano piccoli brividi a momenti di grande intensità. La produzione di Ben Vaughn e la presenza di grandi musicisti (tra i quali Tony Gilkinson, Greg Leisz e Michele Gazich, sì, proprio lui, l’ex collaboratore di Massimo Bubola) sono una garanzia supplementare. La forma ballata si rivela estremamente congeniale alle doti cantautorali dell’artista, dall’iniziale My Carol, tersa come un mattino invernale, passando per Clifton Bridge, gioiello di matrice folk accarezzato dal violino di Gazich, composizione magistrale dotata di una melodia che entra negli intimi accordi del cuore, fino a Poor Michael’s Boat, cadenzata dalle chitarre acustiche e dal tocco ispirato dell’organo di Zac Rae. Un distillato di tradizione accompagna ogni singolo brano, le cui divagazioni elettriche sono delicati ricami che contribuiscono a plasmare un sound limpido e pulito. National Express è una ballata dai toni soffusi, limpida e melodica, Salvation Blues un’incursione nei meandri della tradizione più pura, Keith uno splendido esempio di slow song impreziosita dal tocco magico della steel, Winter Song una gemma country che da tempo non si sentiva, Sandy Danny un accorato omaggio alla voce indimenticabile che rese mitici i Fairport, voce chitarra e violino. Chiudono il cerchio Tears From Above, Look Into The Night e My One Book, tre ballate di categoria superiore per un disco che riesce a coniugare musica e letteratura (la confezione richiama infatti il formato di un libro), attinge alla musica dei maestri e ci conduce attraverso un percorso che porta alla scoperta di noi stessi e a una nuova consapevolezza. Tra i migliori di quest’anno.

 

David Nieri

BEAN PICKERS UNION – Potlatch

Cosa ci si può aspettare di più da un disco che questo Potlatch non possa offrire? Risposta: Nulla! Potlatch è strepitoso! L’iniziale Photograph sembra uscita da una session immaginaria di Jayhawks, semplicemente straordinaria! Dietro a tutto questo c’è Chuck Melchin, cantante, songwriter e chitarrista capace di inventare e plasmare un mondo fatato fatto di semplici, travolgenti melodie. Il disco si muove sui binari roots-rock, non disdegnando il blues ed impiegando tutte le mezzetinte che il ventaglio sonoro tra rock e blues è in grado di offrirgli. Warrior, che incontrate come secondo brano, è un capolavoro, una canzone che convertirebbe chiunque al verbo della Musica, una canzone in grado si suscitare orgasmi musicali multipli, è così che ascoltandola e riascoltandola, fui ritrovato dopo 30 minuti dal mio arrivo a casa, nell’auto a suonare la batteria da mia moglie preoccupata e fu ancora “grazie” all’ascolto di Warrior che mio figlio mi trovò inginocchiato a simulare un assolo di chitarra, a volte la musica strappa ciò che di più ancestrale conserviamo nel nostro intimo e lo espelle prepotentemente come in un tribale rito liberatorio. Il blues di Reaper è così puro e semplice da farci capire quanto basti poco per farci commuovere mentre Bride aggiunge al blues toni più sfumati verso il pop ma è con Indipendence Day che la vena di songwriter di Chuck tocca l’apice. Ci sono echi di Young accompagnato da Jayhawks con organo e chitarra a infiocchettare il dono. Home si svolge con chitarra acustica e voce e qualche controcanto ben posizionato, non manca neanche qui un breve assolo che fa sempre tanto bene al corpo, all’anima ed alla mente. I’m So Sorry sposta i suoni sul country classico bello sanguigno, una finestra sulla cosiddetta musica “Americana”, Waltz No.1 come dice il titolo stesso, è una lenta ballata acustica cadenzata che apre la strada ad una ballata d’altri tempi, Promise dalle sfumature seppia e dai bordi ingialliti, molto evocativa. Il disco si conclude con l’elettrica ballata Jenny Anne, gran bel pezzo, degna conclusione di un grande disco. Non ho parole per concludere perchè parlare di questo disco non riuscirebbe a raccontarne la bellezza e la serie di emozioni che regala. Qui si può ascoltare qualche cosa http://www.myspace.com/beanpickersunion, e per l’acquisto, c’è sempre iTunes. Cosa dire se non che questo Potlatch

 

è un serio candidato al premio di miglior disco dell’anno.

BRANDI CARLILE – The Story

Non capita di rado che le strade secondarie conducano a grandi scoperte. Piccoli percorsi sconosciuti, a volte imboccati per puro caso, rivelano sorprese che mai avremmo immaginato. Così accade per la musica, per il cinema, per la letteratura, nel loro senso più vero. Quel tipo di arte che ancora esiste, per fortuna, basta avere la forza di non accontentarsi e di cercarla.

 

Mi sono avvicinato a questo disco con circospezione. Ne avevo sentito parlare, mi aveva incuriosito. E come un fulmine a ciel sereno si è fissato in un punto preciso della mia prospettiva, il lettore cd, e difficilmente, in questi ultimi mesi, ne è uscito per più di due o tre giorni di seguito.
Brandi Carlile è ben più di una giovane promessa. Nata a Ravensdale, una piccola cittadina isolata a circa 50 miglia da Seattle, stato di Washington, appena 25 anni fa, oggi è già un’artista di culto negli States. E se si ascolta The Story, il suo ultimo album uscito pochi mesi fa, non abbiamo problemi a crederlo.
Il percorso di Brandi è simile a quello di moltissimi suoi colleghi. Una passione innata per la musica, una famiglia che la consolida, i primi passi come corista per uno dei tanti cloni di Elvis, poi esibizioni da sola in piccoli club di provincia, la scoperta di una band che, una volta scioltasi, contribuisce a delineare la sua fortuna. L’occasione arriva nel 2005, quando la Columbia, mica una qualsiasi, la mette sotto contratto. L’album che ne risulta, dal titolo omonimo, mostra già chiaramente di che pasta è fatta. E qualcuno non impiega molto a notarlo, tale T-Bone Burnett, un nome che dirà sicuramente più di qualcosa a molti appassionati del genere e non. Se uno come lui si muove, il motivo deve pur esserci, e in questo caso è rappresentato da una voce straordinaria, calda e avvolgente, e un songwriting di sicuro spessore, non certo comune di questi tempi. Nel tentativo di delineare le coordinate entro le quali si disegnano le sue composizioni posso citare qualche nome: l’Elton John di Tumbleweed Connection, Bob Dylan, James taylor…
Diciamo che Brandi si muove completamente a suo agio nella grande tradizione americana. Nelle sue canzoni si possono cogliere marcati elementi rock e divagazioni folk acustiche, il tutto condito da una sottile venatura pop che rende i suoi brani immediati e accattivanti sin dal primo ascolto. La voce, poi, è il valore aggiunto. Se già l’album omonimo adombrava i connotati di una giovane promessa (si ascoltino la sapida What Can I Say, piccolo gioiello folk-rock, le ballate Coser To You e Happy, quest’ultima dotata di una melodia da applausi, e il pop gradevolissimo di Fall Apart Again), la nuova fatica rivela già una maturità sorprendente, e questo anche grazie alla produzione di Burnett, che nel caso in questione si limita a ritoccare e non a forgiare una materia prima di qualità superiore. Le elettriche The Story e My Song sono esempi notevoli di un rock accattivante supportato da una voce che merita solo di essere ascoltata, i toni pastello delle incursioni folk acustiche di Turpentine e Josephine ci immergono completamente in una tradizione che il suo talento rinnova in modo esemplare, il country di Have You Ever è un altro tassello elettroacustico in un mosaico quasi perfetto. I due gemelli Hanseroth, Phil e Tim, donano un grosso contributo in fase compositiva ed esecutiva (rispettivamente basso e chitarre), mentre Matt Chamberlain alla batteria e Josh Neumann al violoncello sono due solide garanzie. Da notare la presenza di Amy Ray e Emily Saliers, meglio conosciute come Indigo Girls, che danno man forte nella splendida Cannonball, altro affresco acustico di notevole spessore. Non ci sono canzoni sotto le media, i 13 brani scorrono che è un piacere, dall’iniziale Late Morning Lullaby, un biglietto da visita che ci invita ad approfondire la conoscenza, passando attraverso Shadow On The Wall, un folk oscuro e malinconico, Losing Heart, una cavalcata elettrica che ricorda alcune inflessioni di Lucinda Williams, fino a giungere a Until I Die e Downpour, due bellissime ballate che si sciolgono come neve al sole. Menzione a parte per Wasted, una slow song che amo particolarmente, con quel suo refrain da brividi e una linea melodica semplice ed essenziale. Degna di nota anche la lunga Again Today, che chiude l’album prima di una chicca, la ghost track Hiding My Heart, altro brano acustico che ci fa rimpiangere solo il fatto che ormai siamo alla fine. Le canzoni di Brandi attingono alla quotidianità, alle sensazioni della vita di ogni giorno, quella più vera. L’inizio di ogni storia.
David Nieri

ANDREA PARODI – Soldati

Abbiamo atteso 5 anni ma credo che l’attesa sia valsa la pena perchè quello che ora ho in mano è un disco splendido. Soldati, Andrea lo pensò 5 anni fa come un concept album, che si dipana attraverso 16 storie che raccontano che l’essere soldati non ti permette di essere libero fino in fondo. I testi sono belli, gli ospiti illustri, gli arrangiamenti curati e la musica è bellissima, un travaglio molto lungo che ha portato frutti rigolgliosi ma partiamo dal digipack… Completamente realizzato con carta riciclata Cyclus il digipack è bello al tatto ed all’olfatto ed il booklet è veramente bello ricco di immagini suggestive e con tutti i testi delle canzoni. La musica è a cavallo tra il messico e Cantù, con tutto ciò che sta nel mezzo, da Dave Alvin a De Andrè per arrivare, non a caso a Claudio lOlli. I testi come sempre raccontano storie, emozioni e sensazioni vere, e si fondono mirabilmente con le melodie che sono capaci di rapire la mente e per alcuni istanti farti entrare come protagonista delle storie raccontate da andrea, immaginandone i luoghi, gli odori e le emozioni. Il disco è stato prodotto da Bocephus King che con la sua chitarra e ad al basso di Michael Perry compare in molte delle canzoni di Soldati. Pane arance e fortuna è una semplice song che sta proprio bene in apertura di disco, viene aperta da un Hammond che ricorre per tutto il brano ed impreziosita dalla Voce di Jono Manson. Fiume solitario è una storia delle nostre parti giocata su sonorità al confine tra il Messico e la Toscana, evocativa e straordinariamente intensa. Per non sentirsi soli è tra le cose più belle del disco, Guest star è Claudio Lolli, il sax è quello di Bob Mitchell’ il testo è stampato sopra la foto dell’indimenticato Paolo Sollier che alza il pugno sinistro al cielo con la maglia del perugia, la canzone è meravigliosa e ti lascia completamente in apnea per 3’e 45″ e poi alla fine finisci con il riascoltarla e ancora e ancora fino all’infinito… Capolavoro! Sussurri e grida un po’ De Andrè un po’ Dave Alvin a raccontare una storia del fronte narrata sul filo della fisarmonica di Flaviano Braga piena di malinconia e di citazioni come quella finale di Ungaretti con la sua Soldati! In Quando Maria non c’era c’è molto r’n’r e molto sixteen, scanzonata e irriverente, un gradevole intermezzo nella scaletta del disco che prosegue con l’altro piccolo capolavoro, Rosa una grande ballata cantata in tante lingue da tante voci tra le quali Massimiliano Larocca e Bocephus King, anche quì siamo musicalmente parlando sulla sponda del Rio Grande, contestualmente su quella del Po, canzone indimenticabile. Ragazzo padre è molto Brit Pop, la voce di Andrea è più profonda e la costruzione è sempre quella della ballata coinvolgente ed estremamente canticchiabile, sicuramente contagiosa. Siamo al clou del disco, Tania la Guerrigliera è una canzone scritta da Suni Paz che andrea è andato a cercare a Los Angeles dove, abbandonata la musica faceva l’insegnante, la canzone è dedicata a Tania che è famosa nel mondo per essere stata l’unica donna della spedizione boliviana guidata dal Che. Tania (che suona chitarra, fisarmonica e pianoforte) va in avanscoperta accreditata dal ministero della cultura come ricercatrice del folklore in in Bolivia per ricercare informazioni per il Che. Tania viene uccisa in una imboscata mentre guada il Rio Grande: aveva solo 29 anni, è lei la donna in copertina con il basco. La canzone è stupenda, piano, tromba e percussioni ed emozioni cubane per la perla musicale del disco. Lolita di New Orleans apre la seconda parte in maniera apparentemente scanzonata dal punto di vista musicale che nasconde una profonda liricità così come Anna, una grande, intensa ballata di altri tempi, lenta ed avvolgente dal testo stile “noir” ambientato sulle strade di Milano. Luigi Grechi apre Formia ha Gaeta ma Gaeta Formia non ha è giocosa sia dal punto di vista musicale che da quello dei testi, anche quì la storia è quella di altri tempi, di quelle che ti immagini descritte con foto virate seppia e che Andrea racconta in maniera sbilenca attraverso istantanee che colpiscono l’immaginazione di chi ascolta lasciando quel senso di nostalgia al termine. Hotel Est è una languida canzone che racconta una stora di quelle estive della durata di una, al massimo due settimane, la cosa straordinaria è che sembra di sentire davvero il vento che soffia e l’odore di acqua salmastra che riempie i polmoni e ti fa faticare a respirare. Andrea ha detto di avere pronto un disco di Murder Ballads e questa Scavando la mia fossa sembra un gustoso antipasto del disco in divenire, un bell’intreccio a TRE voci, quella di Andrea insieme a Laura Fedele e Luca Ghielmetti rende il tutto molto più succulente. Pressapoco trentanni è una ballata lenta, cupa ed evocativa recitata dalla voce di Andrea che ci sussurra una storia che ti lascia nudo, una storia che non ti lascia scampo una storia amara che ti fa capire che il tempo passa e cancella tutto, tranne i ricordi. Tresenda ’43 è un quadro reale dell’epoca del fascismo che Andrea ha tradotto in canzone traendo spunto da un racconto della nonna, una delle canzoni che più mi è piaciuta nonostante la sua brevità ma è proprio bella e racconta bene di un periodo buio della storia d’Italia attraverso semplici pennellate di vita. Il disco termina con una dedica, Nonno dolce e tenera ballata per una persona che ha fatto la guerra davvero, quei suoi occhi belli che hanno visto il fronte e lui come tutti i protagonisti delle canzoni di questo disco sono chi per un verso, chi per l’altro… soldati. Vorrei che questo disco riuscisse a passare sulle radio di flusso per far capire a chi non ha strumenti per accorgersene che la canzone italiana non è quella plastificata di Cristicchi o quella rindondante di Vasco Rossi o Laura Pausini, sono quelli come Andrea Parodi a tenere ancora alto il nome della nostra musica, diamo loro una possibilità per essere ascoltati, insorgiamo contro la marmellata dolciastra che ci propinano le radio di flusso e le grandi etichette discografice, esigiamo la qualità, le nostre orecchie sono abituate a tenere la radio in sottofondo senza neanche distinguere la differenza tra una canzone all’altra, perchè non c’è, sono tutte uguali farcite di testi inutili ed idioti. COMPRATE DUE COPIE DI SOLDATI, UNA LA TENETE, UNA LA REGALATE, FA BENE A VOI FA BENE A CHI LA RICEVE, FA BENE A TUTTI.

I Love CROCS!


Allora fu amore a prima vista… correva l’anno 2005, ero a San Francisco all’interno di un incredibile negozio, The Sport Basement, dove c’è di tutto a prezzi molto convenienti e mentre provavo delle scarpe da trekking, ecco che le vidi, belle, azzurre, quello che avevo sempre sognato per i miei piedi, per soli 25 dollari le avrei avute… Abbandonati gli scarponi provai il paio di CROCS più grandi disponibili, “sono un po’ strettine” pensai, ma erano così belle che me le misi sottobraccio e le portai a casa. Purtroppo quell’XL era da donna e mi rimaneva fuori un pezzo di tallone e così nell’anno 2006 stesso luogo del delitto dell’anno prima si consumò nuovamente il mio atto d’amore, un XL da masculo. Da quel paio ne sono seguiti altri ed altri ne seguiranno, perchè vi chiederete voi? Perchè, vi rispondo io, mode a parte, le CROCS sono la cosa più comoda, più morbida e più igenica dove io abbia posato i piedi, se non abitassi in italia ma in qualunque altro paese civilizzato le porterei estate ed inverno, non me ne separerei mai, ma purtroppo siamo in italia dove il conformismo impera, dove se qualcuno è diverso viene evitato ma a me poco me ne importa, e se una cosa mi fa stare bene la faccio al di la dell’opinione altrui, quindi sto bene con la mia famiglia, il mio zaino e le mie crocs, per il resto… beccatevi questo slogan pubblicitario.

Perchè Crocs?
Motivo n.1: niente è più morbido o confortevole
Motivo n.2: come non averle (meno di 170 grammi!)
Motivo n.3: buchi per la ventilazione dell’aria che mantengono i tuoi piedi freschi e a proprio agio
Motivo n.4: non lasciano segni per terra
Motivo n.5: resistenti a batteri e odori per far felici i tuoi amici!
Motivo n.6: all’ultima moda, stile italiano con il supporto di una suola modellata
Motivo n.7: anti-scivolo Motivo
n.8: possono essere sterilizzate in acqua e candeggina
Motivo n. 9: facili da mantenere
Motivo n.10: acqua e sabbia passa facilmente attraverso i buchi ( forza, prova ad attraversare quel fiume!!)

Gianni e il Magico Alverman

…don Cristobal io voglio sposar tua figlia… ancor oggi mi viene da canticchiare ogni tanto questa canzoncina che ho in mente da ben 37 anni, tanto è passato da quel lontano 1970, anno in cui la RAI all’interno della TV dei Ragazzi programmò la serie di Gianni e il magico Alverman ogni lunedì alle ore 18,15. Come ho già detto quell’ora era la più attesa della giornata ed Alverman fu una vera fonte di giochi e magie per i bimbi dell’epoca. C’è un intero sito dedicato a questa serie televisiva http://www.cosablanca.it/alverman/index.html
a cui vi rimando per la trama e tutte le informazioni, è veramente ben fatto e curato. Oltre a Gianni ricordo benisimo il saltellante folletto Alverman che canticchiava cose simpaticamente incomprensibili pronunciando parole magiche e ovviamente Don Cristobal de Bobadilla. Alverman, che proviene dalla terra di Avalon, dona un anello magico a Gianni… e chiaramente, anch’io avevo un anello con il quale fingevo di compiere magie 15 anni prima di leggere Il Signore degli Anelli. La trama è semplice, Gianni voleva sposare Rosita, figlia di Don Cristobal, il quale cerca di impedirglielo in tutti i modi ma Gianni Grazie ad Alverman alla fine, riesce nel suo scopo e l’amore trionfa.