I miei CD dentro l’uovo

Tutte scelte nel rispetto della tradizione questa settimana, direttamente da iTunes ho comperato Bar of Gold di Arty Hill and the Long Gone Daddys, un omaggio musicale alla classica country song e in stile old-school honky-tonk, gran bel disco.

Sam Mellon and the Skylarks omonimo, già dalla copertina fa venire voglia di essere ascoltato ma dopo la prima canzone, non ne potrete più fare a meno, country songs contagiose da gustare in macchina o seduti in riva al fiume a rimirare lo scorrere dell’acqua o sul declivio di una collina ad ammirare le nuvole che passano in cielo


Black Holiday In Mexico City
di Hayshaker, è un disco più complesso dei precedenti anche se si compone solo di 7 canzoni queste abbracciano un panorama che va dal country-rock al Southern Rock viaggiando sui binari della American music.

Il link per ascoltarli lo trovate a destra nei miei acquisti di iTunes. Buona Pasqua a tutti!

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MARK OLSON – The Salvation Blues

Non è facile dimenticare i Jayhawks, straordinaria band che a cavallo tra gli ottanta e i novanta portò da Minneapolis nuova linfa nella tradizione musicale americana. Un blend di folk, country e rock che in pochi hanno saputo rendere come il gruppo capitanato da Gary Louris e Mark Olson, paladini di quel sound che negli anni a seguire si sarebbe affermato con il nome di alternative country, americana e chi più ne ha più ne metta. Nel 1995 Olson lascia la band, che perde quindi uno dei pilastri sui quali aveva costruito le solide basi della sua fortuna. Il progetto Jayhawks va avanti, anche se con fortune alterne, o meglio, a senso unico verso sponde di discreto anonimato. Olson, insieme all’allora moglie Victoria Williams, mette su un gruppo, gli Original Harmony Ridge Creek Dippers, con il quale pubblica alcuni dischi che attingono alla più pura tradizione country/folk a stelle e strisce. Dopo alcuni album a suo nome, belli ma non bellissimi, Olson dà luce a un piccolo capolavoro, The Salvation Blues, un album dipinto dai colori dell’autunno, introspettivo e profondo, senza dubbio la prova migliore della sua carriera solista. Le canzoni sono illuminate da una luce soffusa e delicata, la strumentazione è parca e decisamente adeguata al mood che fuoriesce delicatamente dalle 11 tracce che alternano piccoli brividi a momenti di grande intensità. La produzione di Ben Vaughn e la presenza di grandi musicisti (tra i quali Tony Gilkinson, Greg Leisz e Michele Gazich, sì, proprio lui, l’ex collaboratore di Massimo Bubola) sono una garanzia supplementare. La forma ballata si rivela estremamente congeniale alle doti cantautorali dell’artista, dall’iniziale My Carol, tersa come un mattino invernale, passando per Clifton Bridge, gioiello di matrice folk accarezzato dal violino di Gazich, composizione magistrale dotata di una melodia che entra negli intimi accordi del cuore, fino a Poor Michael’s Boat, cadenzata dalle chitarre acustiche e dal tocco ispirato dell’organo di Zac Rae. Un distillato di tradizione accompagna ogni singolo brano, le cui divagazioni elettriche sono delicati ricami che contribuiscono a plasmare un sound limpido e pulito. National Express è una ballata dai toni soffusi, limpida e melodica, Salvation Blues un’incursione nei meandri della tradizione più pura, Keith uno splendido esempio di slow song impreziosita dal tocco magico della steel, Winter Song una gemma country che da tempo non si sentiva, Sandy Danny un accorato omaggio alla voce indimenticabile che rese mitici i Fairport, voce chitarra e violino. Chiudono il cerchio Tears From Above, Look Into The Night e My One Book, tre ballate di categoria superiore per un disco che riesce a coniugare musica e letteratura (la confezione richiama infatti il formato di un libro), attinge alla musica dei maestri e ci conduce attraverso un percorso che porta alla scoperta di noi stessi e a una nuova consapevolezza. Tra i migliori di quest’anno.

 

David Nieri

BEAN PICKERS UNION – Potlatch

Cosa ci si può aspettare di più da un disco che questo Potlatch non possa offrire? Risposta: Nulla! Potlatch è strepitoso! L’iniziale Photograph sembra uscita da una session immaginaria di Jayhawks, semplicemente straordinaria! Dietro a tutto questo c’è Chuck Melchin, cantante, songwriter e chitarrista capace di inventare e plasmare un mondo fatato fatto di semplici, travolgenti melodie. Il disco si muove sui binari roots-rock, non disdegnando il blues ed impiegando tutte le mezzetinte che il ventaglio sonoro tra rock e blues è in grado di offrirgli. Warrior, che incontrate come secondo brano, è un capolavoro, una canzone che convertirebbe chiunque al verbo della Musica, una canzone in grado si suscitare orgasmi musicali multipli, è così che ascoltandola e riascoltandola, fui ritrovato dopo 30 minuti dal mio arrivo a casa, nell’auto a suonare la batteria da mia moglie preoccupata e fu ancora “grazie” all’ascolto di Warrior che mio figlio mi trovò inginocchiato a simulare un assolo di chitarra, a volte la musica strappa ciò che di più ancestrale conserviamo nel nostro intimo e lo espelle prepotentemente come in un tribale rito liberatorio. Il blues di Reaper è così puro e semplice da farci capire quanto basti poco per farci commuovere mentre Bride aggiunge al blues toni più sfumati verso il pop ma è con Indipendence Day che la vena di songwriter di Chuck tocca l’apice. Ci sono echi di Young accompagnato da Jayhawks con organo e chitarra a infiocchettare il dono. Home si svolge con chitarra acustica e voce e qualche controcanto ben posizionato, non manca neanche qui un breve assolo che fa sempre tanto bene al corpo, all’anima ed alla mente. I’m So Sorry sposta i suoni sul country classico bello sanguigno, una finestra sulla cosiddetta musica “Americana”, Waltz No.1 come dice il titolo stesso, è una lenta ballata acustica cadenzata che apre la strada ad una ballata d’altri tempi, Promise dalle sfumature seppia e dai bordi ingialliti, molto evocativa. Il disco si conclude con l’elettrica ballata Jenny Anne, gran bel pezzo, degna conclusione di un grande disco. Non ho parole per concludere perchè parlare di questo disco non riuscirebbe a raccontarne la bellezza e la serie di emozioni che regala. Qui si può ascoltare qualche cosa http://www.myspace.com/beanpickersunion, e per l’acquisto, c’è sempre iTunes. Cosa dire se non che questo Potlatch

 

è un serio candidato al premio di miglior disco dell’anno.

BRANDI CARLILE – The Story

Non capita di rado che le strade secondarie conducano a grandi scoperte. Piccoli percorsi sconosciuti, a volte imboccati per puro caso, rivelano sorprese che mai avremmo immaginato. Così accade per la musica, per il cinema, per la letteratura, nel loro senso più vero. Quel tipo di arte che ancora esiste, per fortuna, basta avere la forza di non accontentarsi e di cercarla.

 

Mi sono avvicinato a questo disco con circospezione. Ne avevo sentito parlare, mi aveva incuriosito. E come un fulmine a ciel sereno si è fissato in un punto preciso della mia prospettiva, il lettore cd, e difficilmente, in questi ultimi mesi, ne è uscito per più di due o tre giorni di seguito.
Brandi Carlile è ben più di una giovane promessa. Nata a Ravensdale, una piccola cittadina isolata a circa 50 miglia da Seattle, stato di Washington, appena 25 anni fa, oggi è già un’artista di culto negli States. E se si ascolta The Story, il suo ultimo album uscito pochi mesi fa, non abbiamo problemi a crederlo.
Il percorso di Brandi è simile a quello di moltissimi suoi colleghi. Una passione innata per la musica, una famiglia che la consolida, i primi passi come corista per uno dei tanti cloni di Elvis, poi esibizioni da sola in piccoli club di provincia, la scoperta di una band che, una volta scioltasi, contribuisce a delineare la sua fortuna. L’occasione arriva nel 2005, quando la Columbia, mica una qualsiasi, la mette sotto contratto. L’album che ne risulta, dal titolo omonimo, mostra già chiaramente di che pasta è fatta. E qualcuno non impiega molto a notarlo, tale T-Bone Burnett, un nome che dirà sicuramente più di qualcosa a molti appassionati del genere e non. Se uno come lui si muove, il motivo deve pur esserci, e in questo caso è rappresentato da una voce straordinaria, calda e avvolgente, e un songwriting di sicuro spessore, non certo comune di questi tempi. Nel tentativo di delineare le coordinate entro le quali si disegnano le sue composizioni posso citare qualche nome: l’Elton John di Tumbleweed Connection, Bob Dylan, James taylor…
Diciamo che Brandi si muove completamente a suo agio nella grande tradizione americana. Nelle sue canzoni si possono cogliere marcati elementi rock e divagazioni folk acustiche, il tutto condito da una sottile venatura pop che rende i suoi brani immediati e accattivanti sin dal primo ascolto. La voce, poi, è il valore aggiunto. Se già l’album omonimo adombrava i connotati di una giovane promessa (si ascoltino la sapida What Can I Say, piccolo gioiello folk-rock, le ballate Coser To You e Happy, quest’ultima dotata di una melodia da applausi, e il pop gradevolissimo di Fall Apart Again), la nuova fatica rivela già una maturità sorprendente, e questo anche grazie alla produzione di Burnett, che nel caso in questione si limita a ritoccare e non a forgiare una materia prima di qualità superiore. Le elettriche The Story e My Song sono esempi notevoli di un rock accattivante supportato da una voce che merita solo di essere ascoltata, i toni pastello delle incursioni folk acustiche di Turpentine e Josephine ci immergono completamente in una tradizione che il suo talento rinnova in modo esemplare, il country di Have You Ever è un altro tassello elettroacustico in un mosaico quasi perfetto. I due gemelli Hanseroth, Phil e Tim, donano un grosso contributo in fase compositiva ed esecutiva (rispettivamente basso e chitarre), mentre Matt Chamberlain alla batteria e Josh Neumann al violoncello sono due solide garanzie. Da notare la presenza di Amy Ray e Emily Saliers, meglio conosciute come Indigo Girls, che danno man forte nella splendida Cannonball, altro affresco acustico di notevole spessore. Non ci sono canzoni sotto le media, i 13 brani scorrono che è un piacere, dall’iniziale Late Morning Lullaby, un biglietto da visita che ci invita ad approfondire la conoscenza, passando attraverso Shadow On The Wall, un folk oscuro e malinconico, Losing Heart, una cavalcata elettrica che ricorda alcune inflessioni di Lucinda Williams, fino a giungere a Until I Die e Downpour, due bellissime ballate che si sciolgono come neve al sole. Menzione a parte per Wasted, una slow song che amo particolarmente, con quel suo refrain da brividi e una linea melodica semplice ed essenziale. Degna di nota anche la lunga Again Today, che chiude l’album prima di una chicca, la ghost track Hiding My Heart, altro brano acustico che ci fa rimpiangere solo il fatto che ormai siamo alla fine. Le canzoni di Brandi attingono alla quotidianità, alle sensazioni della vita di ogni giorno, quella più vera. L’inizio di ogni storia.
David Nieri

ANDREA PARODI – Soldati

Abbiamo atteso 5 anni ma credo che l’attesa sia valsa la pena perchè quello che ora ho in mano è un disco splendido. Soldati, Andrea lo pensò 5 anni fa come un concept album, che si dipana attraverso 16 storie che raccontano che l’essere soldati non ti permette di essere libero fino in fondo. I testi sono belli, gli ospiti illustri, gli arrangiamenti curati e la musica è bellissima, un travaglio molto lungo che ha portato frutti rigolgliosi ma partiamo dal digipack… Completamente realizzato con carta riciclata Cyclus il digipack è bello al tatto ed all’olfatto ed il booklet è veramente bello ricco di immagini suggestive e con tutti i testi delle canzoni. La musica è a cavallo tra il messico e Cantù, con tutto ciò che sta nel mezzo, da Dave Alvin a De Andrè per arrivare, non a caso a Claudio lOlli. I testi come sempre raccontano storie, emozioni e sensazioni vere, e si fondono mirabilmente con le melodie che sono capaci di rapire la mente e per alcuni istanti farti entrare come protagonista delle storie raccontate da andrea, immaginandone i luoghi, gli odori e le emozioni. Il disco è stato prodotto da Bocephus King che con la sua chitarra e ad al basso di Michael Perry compare in molte delle canzoni di Soldati. Pane arance e fortuna è una semplice song che sta proprio bene in apertura di disco, viene aperta da un Hammond che ricorre per tutto il brano ed impreziosita dalla Voce di Jono Manson. Fiume solitario è una storia delle nostre parti giocata su sonorità al confine tra il Messico e la Toscana, evocativa e straordinariamente intensa. Per non sentirsi soli è tra le cose più belle del disco, Guest star è Claudio Lolli, il sax è quello di Bob Mitchell’ il testo è stampato sopra la foto dell’indimenticato Paolo Sollier che alza il pugno sinistro al cielo con la maglia del perugia, la canzone è meravigliosa e ti lascia completamente in apnea per 3’e 45″ e poi alla fine finisci con il riascoltarla e ancora e ancora fino all’infinito… Capolavoro! Sussurri e grida un po’ De Andrè un po’ Dave Alvin a raccontare una storia del fronte narrata sul filo della fisarmonica di Flaviano Braga piena di malinconia e di citazioni come quella finale di Ungaretti con la sua Soldati! In Quando Maria non c’era c’è molto r’n’r e molto sixteen, scanzonata e irriverente, un gradevole intermezzo nella scaletta del disco che prosegue con l’altro piccolo capolavoro, Rosa una grande ballata cantata in tante lingue da tante voci tra le quali Massimiliano Larocca e Bocephus King, anche quì siamo musicalmente parlando sulla sponda del Rio Grande, contestualmente su quella del Po, canzone indimenticabile. Ragazzo padre è molto Brit Pop, la voce di Andrea è più profonda e la costruzione è sempre quella della ballata coinvolgente ed estremamente canticchiabile, sicuramente contagiosa. Siamo al clou del disco, Tania la Guerrigliera è una canzone scritta da Suni Paz che andrea è andato a cercare a Los Angeles dove, abbandonata la musica faceva l’insegnante, la canzone è dedicata a Tania che è famosa nel mondo per essere stata l’unica donna della spedizione boliviana guidata dal Che. Tania (che suona chitarra, fisarmonica e pianoforte) va in avanscoperta accreditata dal ministero della cultura come ricercatrice del folklore in in Bolivia per ricercare informazioni per il Che. Tania viene uccisa in una imboscata mentre guada il Rio Grande: aveva solo 29 anni, è lei la donna in copertina con il basco. La canzone è stupenda, piano, tromba e percussioni ed emozioni cubane per la perla musicale del disco. Lolita di New Orleans apre la seconda parte in maniera apparentemente scanzonata dal punto di vista musicale che nasconde una profonda liricità così come Anna, una grande, intensa ballata di altri tempi, lenta ed avvolgente dal testo stile “noir” ambientato sulle strade di Milano. Luigi Grechi apre Formia ha Gaeta ma Gaeta Formia non ha è giocosa sia dal punto di vista musicale che da quello dei testi, anche quì la storia è quella di altri tempi, di quelle che ti immagini descritte con foto virate seppia e che Andrea racconta in maniera sbilenca attraverso istantanee che colpiscono l’immaginazione di chi ascolta lasciando quel senso di nostalgia al termine. Hotel Est è una languida canzone che racconta una stora di quelle estive della durata di una, al massimo due settimane, la cosa straordinaria è che sembra di sentire davvero il vento che soffia e l’odore di acqua salmastra che riempie i polmoni e ti fa faticare a respirare. Andrea ha detto di avere pronto un disco di Murder Ballads e questa Scavando la mia fossa sembra un gustoso antipasto del disco in divenire, un bell’intreccio a TRE voci, quella di Andrea insieme a Laura Fedele e Luca Ghielmetti rende il tutto molto più succulente. Pressapoco trentanni è una ballata lenta, cupa ed evocativa recitata dalla voce di Andrea che ci sussurra una storia che ti lascia nudo, una storia che non ti lascia scampo una storia amara che ti fa capire che il tempo passa e cancella tutto, tranne i ricordi. Tresenda ’43 è un quadro reale dell’epoca del fascismo che Andrea ha tradotto in canzone traendo spunto da un racconto della nonna, una delle canzoni che più mi è piaciuta nonostante la sua brevità ma è proprio bella e racconta bene di un periodo buio della storia d’Italia attraverso semplici pennellate di vita. Il disco termina con una dedica, Nonno dolce e tenera ballata per una persona che ha fatto la guerra davvero, quei suoi occhi belli che hanno visto il fronte e lui come tutti i protagonisti delle canzoni di questo disco sono chi per un verso, chi per l’altro… soldati. Vorrei che questo disco riuscisse a passare sulle radio di flusso per far capire a chi non ha strumenti per accorgersene che la canzone italiana non è quella plastificata di Cristicchi o quella rindondante di Vasco Rossi o Laura Pausini, sono quelli come Andrea Parodi a tenere ancora alto il nome della nostra musica, diamo loro una possibilità per essere ascoltati, insorgiamo contro la marmellata dolciastra che ci propinano le radio di flusso e le grandi etichette discografice, esigiamo la qualità, le nostre orecchie sono abituate a tenere la radio in sottofondo senza neanche distinguere la differenza tra una canzone all’altra, perchè non c’è, sono tutte uguali farcite di testi inutili ed idioti. COMPRATE DUE COPIE DI SOLDATI, UNA LA TENETE, UNA LA REGALATE, FA BENE A VOI FA BENE A CHI LA RICEVE, FA BENE A TUTTI.

RON LASALLE – Nobody Rides for Free


Inviato da Gabriele Guerra il 11/1/2007 20:37:45 (477 letture)

Finalmente! Dopo 5 anni dallo splendido Too angry to pray ecco arrivare il nuovo, sublime disco di Ron Lasalle. Un disco da Backstreets che ripercorre i suoni dei grandi della musica con tanto blues, soul e tanto rock, supportato anche da ottimi cori che regalano una sfumatura “black” alle composizioni dal suono tondo di quelli costruiti sul campo, in sala prove o di regitrazione che arrivano diretti e corposi con la voce roca e graffiante di Ron a tracciare solchi profondi nell’anima di noi ascoltatori.. Il disco apre con un bluesaccio d’altri tempi dedicato alla città natale di Ron Nashville Blues, due minuti di visione mistica dei grandi di questa musica da Robert Johnson in poi. Got Love To Blame è un soul con molto swing da assaporare a luci soffuse con un “martini liscio” perche il resto lo offre il brano ricco di molti spunti appetitosi, l’atmosfera si fa più movimentata con il soul di Changing Horses dove oltre ai cori molto “black” ci onora la presenza di un coinvolgente sax e soprattutto di un travolgente Chorus che rimarrà a rimbalzare tra i vostri neuroni come una pallina di un flipper. She Did Love Me è una spettacolare ballata come un acquerello dai colori pastello che dilata i suoi tratti sotto leggere gocce di pioggia che scivolano sulla tela. La tessa atmosfera viene mantenuta da I Am Love più soul della precedente con aperture più languide e romantiche che ammorbidiscono il terreno per la successiva I Still Talk To Angels lenta, dolce, splendida pianistica ballata da piano bar di tarda serata che richiama le atmosfere migliori di Tom Waits e John Hiatt. Siamo a metà ed il disco si mantiene ad altissimi livelli con Try To Trust Again che accelera di un paio di battute le precedenti composizioni lasciando però intatta ed incontaminata la magica atmosfera creatasi con questo poker di incredibili songs. L’ambiente diventa fumoso con Changed My Ways molto più atmosfericamente blues e con un grande lavorio di slide guitar, si accelera ancora con Act Our Age dove fa la sua gradita ricomparsa il sax ed il chorus diventa contagioso così come il buonumore che riesce ad infondere questa canzone sulle note della quale tutto si pùò fare tranne che rimanere immobili. Con To You torna la ballata ma in chiave sixty-south impreziosita dalla fisarmonica che lascia in bocca il sapore di tacos e burritos! Molto ’70 invece l’impasto sonoro di What Never Was, una canzone che si gioca sull’ensamble strumentistico e la grande voce di Ron. Running Blues come dice il titolo stesso è un blues ma non del genere grezzo incontrato all’inizio album, bensì molto raffinato e realizzato alla perfezione con tanto di solo di sax; siamo giunti a Nobody Rides For Free che ci rivela il Ron Lasalle più intimo e profondo che veste l’abito di cantautore costruendo con questo brano il momento più bello del disco, il più emozionante, il più toccante il più adatto per chiudere gli occhi e spiccare il volo verso sogni irrealizzati ed irrealizzabili che grazie alla musica di Ron, ancora una volta sono diventati realtà. Il disco rilascia un’ultima sorpresa, una ghost track dal titolo I Ain’t Never Gonna Leave You rintracciabile on line, al di fuori dell’atmosfera generale del disco, ed ottima come canzone dove far scorrere i titoli di coda di un disco straordinario per intensità e livello compositivo dove Ron conferma e supera il precedente Too angry to pray e nel quale la sua voce risulta ancora più graffiante ed incisiva; splendidi i cori così come i musicisti che hanno reso la musica fluida e godibile, ascoltarli è come essere li in sala con loro perchè mi sa tanto che molte di queste songs siano state registrate live, o almeno è quello che sembra ascoltandole e comunque è un gran bel sentire. Grazie Ron per questo gioiello prezioso e ti aspettiamo, questa volta per davvero, in Italia.

http://www.ronlasalle.com/

DAN ISRAEL – Dan Israel

Torna Dan Israel, il frontman dei Cultivators con un nuovo interessante lavoro a dare impulso alla categoria dei songwriters davvero poco frequentata in questo 2005. Come racconta il titolo Dan va alla riscoperta delle proprie origini e sceglie, non a caso, di fare l’One-Man-Band suonando tutti gli strumenti. Il disco parte con la rockegggiante Good times, che potrebbe tranquillamente essere nelle air-play delle radio di flusso sia europee che statunitensi, le seguenti due songs Written on My Face e Settle with Me sono calde, melanconiche ballate eseguite con delicatezza e quasi sussurrate, sembrano quasi essere uscite da qualche scantinato anni ’70, tanto per ispirazione che per la melodia e sia per il modo di suonarle, soprattutto la splendida Settle with Me, una tra le più belle canzoni dell’anno.

Question trova una chitarra elettrica a segnare il tempo di una canzone rock anche se sembra suonata in una sala prove dopo la mezzanotte quando i vicini incominciano a protestare, Cold Cold Winter riporta tutto sulla ballata, chitarra a segnare il tempo ed il fiato di Dan sembra appannare il vetro di una finestra dalla quale si può vedere la neve con i suoi fiocchi, scendere lieve come le note di questa canzone. Il rollingstoniano intro di Turnin’ It Down ci fa scrollare la neve che ci si era depositata addosso e rimanda ad uno stile di fare canzoni che amo tantissimo e che mi emoziona sempre come del resto l’ascolto della ballata per antonomasia del disco dal titolo 2822, lenta e cadenzata che sembra persa nello spazio e nel tempo ed in compagnia della quale nel nostro lettore mp3 saremmo capaci di camminare per chilometri e chilometri senza mai stancarci e forse senza neanche accorgecene. Be by me ha un suono diverso, è cambiata la chitarra che ora è l’unica protagonista, insieme alla voce e viaggia alla sua stessa altezza, con Mystery Train si ritorna alle atmosfere melanconiche che pervadono l’intero disco costruite sul classico giro dove a fare la differenza non sono i tre accordi maggiori ma quell’unico accordo in minore, incantevole. In the Cards è una ballata sbilenca, trasversale, costruita sulla chitarra acustica dove fa la sua apparizione in conclusione una bella chitarra elettrica che sfuma, purtroppo, troppo in fretta. Con Ain’t Nobody sbucano suoni da anni ’60, Left out è un’altra delle mie canzoni preferite che mi induce a buoni sentimenti e mi riappacifica con il mondo intero così come One Last Time, lenta e giocata tra due chitarre acustiche. Plenty è un rock-blues sporco e notturno che si scioglie nel ritornello, il disco si conclude con la pianistica Every Single Day che mette il sigillo su queste 15 splendide composizioni. Il tutto mi ricorda i “Basement Tapes” di dylaniana memoria, tutto il disco è costruito con luci soffuse, cantato come se Dan avesse paura di disturbare chiuso nella sua cantina. Io trovo che questo Dan Israel sia un disco stupendo, niente a che vedere con i Cultivators ma molto a che spartire con i vari Young, Dylan e compagnia bella, un disco che fa della musica una vera poesia, un disco che ti conquista, ti commuove e che dopo averlo ascoltato non ti lascia più lo stesso di prima. Grazie Dan per averci mostrato la tua anima.

http://www.danisraelmusic.com

http://www.thecultivators.com