MARK OLSON – The Salvation Blues

Non è facile dimenticare i Jayhawks, straordinaria band che a cavallo tra gli ottanta e i novanta portò da Minneapolis nuova linfa nella tradizione musicale americana. Un blend di folk, country e rock che in pochi hanno saputo rendere come il gruppo capitanato da Gary Louris e Mark Olson, paladini di quel sound che negli anni a seguire si sarebbe affermato con il nome di alternative country, americana e chi più ne ha più ne metta. Nel 1995 Olson lascia la band, che perde quindi uno dei pilastri sui quali aveva costruito le solide basi della sua fortuna. Il progetto Jayhawks va avanti, anche se con fortune alterne, o meglio, a senso unico verso sponde di discreto anonimato. Olson, insieme all’allora moglie Victoria Williams, mette su un gruppo, gli Original Harmony Ridge Creek Dippers, con il quale pubblica alcuni dischi che attingono alla più pura tradizione country/folk a stelle e strisce. Dopo alcuni album a suo nome, belli ma non bellissimi, Olson dà luce a un piccolo capolavoro, The Salvation Blues, un album dipinto dai colori dell’autunno, introspettivo e profondo, senza dubbio la prova migliore della sua carriera solista. Le canzoni sono illuminate da una luce soffusa e delicata, la strumentazione è parca e decisamente adeguata al mood che fuoriesce delicatamente dalle 11 tracce che alternano piccoli brividi a momenti di grande intensità. La produzione di Ben Vaughn e la presenza di grandi musicisti (tra i quali Tony Gilkinson, Greg Leisz e Michele Gazich, sì, proprio lui, l’ex collaboratore di Massimo Bubola) sono una garanzia supplementare. La forma ballata si rivela estremamente congeniale alle doti cantautorali dell’artista, dall’iniziale My Carol, tersa come un mattino invernale, passando per Clifton Bridge, gioiello di matrice folk accarezzato dal violino di Gazich, composizione magistrale dotata di una melodia che entra negli intimi accordi del cuore, fino a Poor Michael’s Boat, cadenzata dalle chitarre acustiche e dal tocco ispirato dell’organo di Zac Rae. Un distillato di tradizione accompagna ogni singolo brano, le cui divagazioni elettriche sono delicati ricami che contribuiscono a plasmare un sound limpido e pulito. National Express è una ballata dai toni soffusi, limpida e melodica, Salvation Blues un’incursione nei meandri della tradizione più pura, Keith uno splendido esempio di slow song impreziosita dal tocco magico della steel, Winter Song una gemma country che da tempo non si sentiva, Sandy Danny un accorato omaggio alla voce indimenticabile che rese mitici i Fairport, voce chitarra e violino. Chiudono il cerchio Tears From Above, Look Into The Night e My One Book, tre ballate di categoria superiore per un disco che riesce a coniugare musica e letteratura (la confezione richiama infatti il formato di un libro), attinge alla musica dei maestri e ci conduce attraverso un percorso che porta alla scoperta di noi stessi e a una nuova consapevolezza. Tra i migliori di quest’anno.

 

David Nieri

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BEAN PICKERS UNION – Potlatch

Cosa ci si può aspettare di più da un disco che questo Potlatch non possa offrire? Risposta: Nulla! Potlatch è strepitoso! L’iniziale Photograph sembra uscita da una session immaginaria di Jayhawks, semplicemente straordinaria! Dietro a tutto questo c’è Chuck Melchin, cantante, songwriter e chitarrista capace di inventare e plasmare un mondo fatato fatto di semplici, travolgenti melodie. Il disco si muove sui binari roots-rock, non disdegnando il blues ed impiegando tutte le mezzetinte che il ventaglio sonoro tra rock e blues è in grado di offrirgli. Warrior, che incontrate come secondo brano, è un capolavoro, una canzone che convertirebbe chiunque al verbo della Musica, una canzone in grado si suscitare orgasmi musicali multipli, è così che ascoltandola e riascoltandola, fui ritrovato dopo 30 minuti dal mio arrivo a casa, nell’auto a suonare la batteria da mia moglie preoccupata e fu ancora “grazie” all’ascolto di Warrior che mio figlio mi trovò inginocchiato a simulare un assolo di chitarra, a volte la musica strappa ciò che di più ancestrale conserviamo nel nostro intimo e lo espelle prepotentemente come in un tribale rito liberatorio. Il blues di Reaper è così puro e semplice da farci capire quanto basti poco per farci commuovere mentre Bride aggiunge al blues toni più sfumati verso il pop ma è con Indipendence Day che la vena di songwriter di Chuck tocca l’apice. Ci sono echi di Young accompagnato da Jayhawks con organo e chitarra a infiocchettare il dono. Home si svolge con chitarra acustica e voce e qualche controcanto ben posizionato, non manca neanche qui un breve assolo che fa sempre tanto bene al corpo, all’anima ed alla mente. I’m So Sorry sposta i suoni sul country classico bello sanguigno, una finestra sulla cosiddetta musica “Americana”, Waltz No.1 come dice il titolo stesso, è una lenta ballata acustica cadenzata che apre la strada ad una ballata d’altri tempi, Promise dalle sfumature seppia e dai bordi ingialliti, molto evocativa. Il disco si conclude con l’elettrica ballata Jenny Anne, gran bel pezzo, degna conclusione di un grande disco. Non ho parole per concludere perchè parlare di questo disco non riuscirebbe a raccontarne la bellezza e la serie di emozioni che regala. Qui si può ascoltare qualche cosa http://www.myspace.com/beanpickersunion, e per l’acquisto, c’è sempre iTunes. Cosa dire se non che questo Potlatch

 

è un serio candidato al premio di miglior disco dell’anno.

BRANDI CARLILE – The Story

Non capita di rado che le strade secondarie conducano a grandi scoperte. Piccoli percorsi sconosciuti, a volte imboccati per puro caso, rivelano sorprese che mai avremmo immaginato. Così accade per la musica, per il cinema, per la letteratura, nel loro senso più vero. Quel tipo di arte che ancora esiste, per fortuna, basta avere la forza di non accontentarsi e di cercarla.

 

Mi sono avvicinato a questo disco con circospezione. Ne avevo sentito parlare, mi aveva incuriosito. E come un fulmine a ciel sereno si è fissato in un punto preciso della mia prospettiva, il lettore cd, e difficilmente, in questi ultimi mesi, ne è uscito per più di due o tre giorni di seguito.
Brandi Carlile è ben più di una giovane promessa. Nata a Ravensdale, una piccola cittadina isolata a circa 50 miglia da Seattle, stato di Washington, appena 25 anni fa, oggi è già un’artista di culto negli States. E se si ascolta The Story, il suo ultimo album uscito pochi mesi fa, non abbiamo problemi a crederlo.
Il percorso di Brandi è simile a quello di moltissimi suoi colleghi. Una passione innata per la musica, una famiglia che la consolida, i primi passi come corista per uno dei tanti cloni di Elvis, poi esibizioni da sola in piccoli club di provincia, la scoperta di una band che, una volta scioltasi, contribuisce a delineare la sua fortuna. L’occasione arriva nel 2005, quando la Columbia, mica una qualsiasi, la mette sotto contratto. L’album che ne risulta, dal titolo omonimo, mostra già chiaramente di che pasta è fatta. E qualcuno non impiega molto a notarlo, tale T-Bone Burnett, un nome che dirà sicuramente più di qualcosa a molti appassionati del genere e non. Se uno come lui si muove, il motivo deve pur esserci, e in questo caso è rappresentato da una voce straordinaria, calda e avvolgente, e un songwriting di sicuro spessore, non certo comune di questi tempi. Nel tentativo di delineare le coordinate entro le quali si disegnano le sue composizioni posso citare qualche nome: l’Elton John di Tumbleweed Connection, Bob Dylan, James taylor…
Diciamo che Brandi si muove completamente a suo agio nella grande tradizione americana. Nelle sue canzoni si possono cogliere marcati elementi rock e divagazioni folk acustiche, il tutto condito da una sottile venatura pop che rende i suoi brani immediati e accattivanti sin dal primo ascolto. La voce, poi, è il valore aggiunto. Se già l’album omonimo adombrava i connotati di una giovane promessa (si ascoltino la sapida What Can I Say, piccolo gioiello folk-rock, le ballate Coser To You e Happy, quest’ultima dotata di una melodia da applausi, e il pop gradevolissimo di Fall Apart Again), la nuova fatica rivela già una maturità sorprendente, e questo anche grazie alla produzione di Burnett, che nel caso in questione si limita a ritoccare e non a forgiare una materia prima di qualità superiore. Le elettriche The Story e My Song sono esempi notevoli di un rock accattivante supportato da una voce che merita solo di essere ascoltata, i toni pastello delle incursioni folk acustiche di Turpentine e Josephine ci immergono completamente in una tradizione che il suo talento rinnova in modo esemplare, il country di Have You Ever è un altro tassello elettroacustico in un mosaico quasi perfetto. I due gemelli Hanseroth, Phil e Tim, donano un grosso contributo in fase compositiva ed esecutiva (rispettivamente basso e chitarre), mentre Matt Chamberlain alla batteria e Josh Neumann al violoncello sono due solide garanzie. Da notare la presenza di Amy Ray e Emily Saliers, meglio conosciute come Indigo Girls, che danno man forte nella splendida Cannonball, altro affresco acustico di notevole spessore. Non ci sono canzoni sotto le media, i 13 brani scorrono che è un piacere, dall’iniziale Late Morning Lullaby, un biglietto da visita che ci invita ad approfondire la conoscenza, passando attraverso Shadow On The Wall, un folk oscuro e malinconico, Losing Heart, una cavalcata elettrica che ricorda alcune inflessioni di Lucinda Williams, fino a giungere a Until I Die e Downpour, due bellissime ballate che si sciolgono come neve al sole. Menzione a parte per Wasted, una slow song che amo particolarmente, con quel suo refrain da brividi e una linea melodica semplice ed essenziale. Degna di nota anche la lunga Again Today, che chiude l’album prima di una chicca, la ghost track Hiding My Heart, altro brano acustico che ci fa rimpiangere solo il fatto che ormai siamo alla fine. Le canzoni di Brandi attingono alla quotidianità, alle sensazioni della vita di ogni giorno, quella più vera. L’inizio di ogni storia.
David Nieri