EDOARDO CEREA – Come se fosse normale

Non è per anticonformismo e neppure per snobismo che sulle pagine delle Backstreets trovano spazio solo pochi dischi di musica italiana, quelli che vi appaiono sono tra quelli che più si avvicinano al genere di musica che più amiamo, a conferma di questo vi invito ad ascoltare Solo nell’aria, primo brano del disco di Edoardo Cerea per capire cosa vi volevo dire in questa prefazione. Il disco è realizzato a 4 mani insieme a Marco Peroni che ha scritto i bei testi di tutti e 10 i brani contenuti nell’album che, nonostante i limiti metrici della lingua italiana, non risultano mai scontati. Solo nell’aria meriterebbe da sola l’acquisto dell’album, una di quelle canzoni che ascolti e riascolti e non ti stanchi mai: grande sezione ritmica ed una poderosa chitarra elettrica fanno da supporto al grido di Edo che tende il brano fino a farlo esplodere in un assolo liberatorio… gran pezzo.

Non c’è tempo per respirare perché si cambia immediatamente registro grazie al mandolino di Tre accordi, in bilico tra Jayhawks e Counting Crows, strepitosa ballata che colpisce al primo ascolto, più tesa è invece Non era così, anche qui rullante e chitarra elettrica dominano la scena riuscendo a creare una grande palpabile tensione. Il rimpianto è il fattore dominante della pianistica Sono anche un altro, splendida ballata arricchita dall’inserimento di violino e violoncello che costruiscono insieme alla chitarra elettrica un bel contrasto sonoro aiutando ad entrare appieno nella storia raccontata dove il protagonista non riesce a mostrare la sua parte più intima. Il mio giocattolino possiede potenzialmente tutte le qualità per diventare un hit single, è immediata, dal testo facilmente memorizzabile e ti rimane subito in testa… tutti ingredienti fondamentali per il successo. Quasi giorno è una canzone di confine in tutti i sensi, a dominare la prima parte del brano è un’atmosfera che richiama Morricone e Calexico ma dopo i rintocchi di campane si apre e il cielo viene illuminato da una tromba che trascina il brano su contaminazioni tipicamente jazz, un piccolo gioiello! Gran bella ballata con tanto di armonica è Parto da quello che c’è l’insegnamento dei grandi del passato ha dato i suoi frutti, una canzone che porta il marchio di una musica immortale, solida come una roccia. Semplice e più scontata, rispetto a quanto già ascoltato è invece Rumore, forse la canzone più italiana del disco che prosegue con Come hai fatto presto, lenta ed intensa ballata sovrastata da piano e basso che lasciano a loro volta spazio alle sferzate elettriche della chitarra e richiama alla mente andamenti vagamente psichedelici…visionaria! Il disco si conclude alla grande così come era iniziato e Senza sicura tra archi, tromba e piano produce una atmosfera notturna di cielo limpido e stellato nel quale perdersi e lasciarsi andare per l’appunto senza sicura! Volendo trovare una conclusione, vi dico che questo disco mi ha emozionato, prima di tutto per la musica perché credo che Edo abbia trovato per ognuna delle 10 canzoni altrettante soluzioni lasciando comunque alla fine una sensazione di unitarietà compositiva, una sorta di sua impronta sonora anche usando ed non abusando di strumenti come violoncello, violino, tromba impiegati bene al momento giusto. Secondo: mi sono piaciuti i testi di Marco Peroni, sempre adeguati, mai cervellotici o forzatamente ricercati ma semplici proprio come i sentimenti e le situazioni che esprimono ma nello stesso tempo incisivi. Per ultimo mi è piaciuto il suono, ottima la produzione di Mario Congiu e quello che mi è rimasto è un buon sapore di cose fatte con amore. Questo disco è una gran bella sorpresa all’interno del panorama musicale italiano, una ventata d’aria pura che si abbatterà sul nostro paese purtroppo solo dopo l’estate con distribuzione Venus. Poichè ritengo che molti dei brani abbiano una atmosfera estiva vi invito ad ordinarlo on line direttamente attraverso il sito di Edoardo http://www.ilmiogiocattolino.it

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MIAMI & THE GROOVERS – Dirty roads

A tradirlo è solo la voce, perchè per il resto questo Dirty Roads potrebbe essere un disco mancato del Boss. Era dai tempi dei Rocking Chairs che non sentivo tanto amore per Springsteen sgorgare dalle canzoni di musicisti nostrani. Dirty roads è il disco d’esordio di una band riminese, da tempo uscita dai confini regionali e… nazionali, capitanata da Lorenzo “Miami” Semprini e costituita da un manipolo di talentuosi musicisti. La line-up proposta in questo disco, viene arricchita in ogni brano da preziose collaborazioni che portano il suono della band vicinissimo a quello della più blasonata E-street. Le canzoni sono quasi tutte a firma di quello che è stato per tanto tempo l’asse portante della band costituito dal duo Semprini-Vezzelli con due camei, uno donato dall’amico Joe D’urso (Waiting for me), l’altro (Further on) è un doveroso quanto evocativo omaggio al Boss. I nostri di musica ne hanno masticata e macinata parecchia così all’interno del disco troviamo si tanto r’n’r ma anche tanti riferimenti a bands come Wallflowers, CCR o a rockers com Tom Petty e John Mellencamp, per fare i primi nomi che mi vengono in mente. Il disco suona veramente bene, suoni curati, belli gli arrangiamenti, sempre discreti e mai scontati, robusta la sezione ritmica e ottime le scelte nell’uso di strumenti come sax, tastiera, violino e mandolino impiegati nel posto giusto e al momento giusto. Solitamente capita che le band che hanno l’occasione per realizzare un disco cerchino di mettere dentro di tutto e di più, cosa che non è successa per Miami & the Groovers che si sono mossi da musicisti navigati realizzando un prodotto veramente ben fatto, azzeccata la scelta della scaletta con una buona scansione ed alternanza di generi e suoni ma soprattutto grande, grande musica. Veniamo alle canzoni.

 

Il disco apre con il botto, due grandi r’n’r song:
Rock’n’roll nigt mi ricorda il Jim Carrol di Dry Dreams, sapida ballata dal grande ritornello, un ottimo impatto che ben predispone per l’ascolto.
Highway (dark ride) sembra uscita dalle session dimenticate del boss, grande carica, riferimenti espliciti a Beatles e CCR ed ancora una volta un accattivante ritornello ed un sax a legare il tutto, grande canzone.
Waiting for me è il regalo di Joe d’Urso ai suoi amici, una ballata costruita nel tipico stile di Joe, molto più liquido dei due brani precedenti che spezza la tensione iniziale e rilassa l’ascoltatore, una delle cose migliori di Joe, fresca ed immediata, dove il nostro alterna il canto con Lorenzo e conclusa dal solo di chitarra, gran pezzo!!!
Lost è secondo me una delle canzoni più belle dell’intero disco, è introdotta dal piano e si apre poi ad una lenta ballata giocata da chitarre acustiche, mandolino e violino dove la voce di Lorenzo si trova veramente a proprio agio e dove l’arpeggio di piano almeno in un paio di occasioni rievoca la New York city serenade del Boss… almeno in un paio di occasioni.
Back in town ci riporta al rock più suonato e mi ricorda da vicino Wallflowers e Neil Young con un accordion a segnare la via, il violino a tracciare le traiettorie e un finale a sorpresa.
Further on (up the road) è l’omaggio della band a Springsteen, evocativa e notturna, bella come sempre.
Walk in the light riporta le cose sul binario della r’n’r song che si tende per esplodere in un ritornello liberatorio e cantabilissimo.
The tears are falling down è scritta seguendo l’insegnamento della grande tradizione folk aperta da Woody Guthrie e portata avanti da Bob Dylan anche se la voce e la cadenza di Marino Severini trasforma il tutto in un brano di Waitsiana memoria, un’altra delle mie canzoni preferite.
Hard Times elegge come protagonista l’armonica e nella sua semplicità regala grandi passaggi, un bel solo ed un’ottima “tenuta di strada”, da segnare ancora nella lista delle cose migliori, tesi confermata dalla ripresa della stessa canzone in conclusione dell’album in versione acustica.
Local rocking band è un divertente rock’n’roll aperto e sostenuto da un piano Honky-tonk, farcita da sax e armonica e dedicata ai grandi di questa musica da Elvis a Chuck Berry citando la E street band.
It takes a big rain conclude di fatto il disco, ed è una ballata sostenuta dal solo piano ed un pizzico d’armonica ciò che ne viene fuori è una gran bella canzone.

Morale della favola, siamo di fronte ad una r’n’roll band ma molto più probabilmente ad un rocker di nome Lorenzo “Miami” Semprini, che, oltre ad aver scritto tutte le canzoni del disco, riesce a dare il meglio più nelle ballate che nelle canzoni più “tirate”. La band svolge un grande lavoro, le canzoni hanno un gran tiro ma è poi in songs come Lost o It takes a big rain o The tears are falling down o Hard times che il disco trova i suoi momenti migliori. Trovo in definitiva che Dirty roads sia un gran bel disco con tutti i limiti che derivano dall’inesperienza e dall’autoproduzione ma che contenga delle belle canzoni suonate alla grande, soprattutto con grande passione ed amore della musica, l’unica molla che spinge bands come i Miami & the Groovers a portare ancora in alto il verbo del r’nr e a far dire noi ascoltatori che se il r’n’r è vivo e vegeto è proprio grazie a band come i Miami & the Groovers.

Il disco lo potete acquistare sul sito http://www.miami-groovers.com o nei negozi ivi indicati.